“Magia Moderna”, Leonardo Carrassi si racconta, vita e follie tra 90 paesi.

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Magia Moderna, Anno LXVI n.2 – 2018

Ringraziando Gianni Loria, presidente del Club Magico Italiano, che ha desiderato raccontassi un po’ la mia storia per la settantennale rivista “Magia Moderna”, riporto l’articolo e la sua versione integrale, dalla versione cartacea, comodamente leggibile sul blog.

Buona lettura


La carriera e le follie di Leonardo Carrassi

(articolo integrale)

Inutile raccontarvi che anch’io da bambino ho posseduto una scatola magica. Ma al contrario di voi, il sottoscritto, non riusciva a svolgere nemmeno un gioco di magia; e dire che li ho provati tutti, nella scatola erano ben 101. A nove anni Flavio, un vicino di casa amico dei miei genitori, mi insegnò un numeretto con le carte e da lì prese vita il proverbiale bacillus. Ma facciamo un salto temporale poichè non vi è nulla di interessante finchè nel 1999 non comprai uno zaino da viaggio usato, per 30 mila lire. Avevo circa 18 anni e da allora ne ho combinate di tutti i colori: il mio primo vero viaggio lo battezzai facendomi sequestrare in Marocco, ma la storia ve la racconterò di persona davanti ad una media chiara perchè è lunga, complessa, ma soprattutto illegale. A 20 anni ero convinto che il mondo si conquistasse con un fagotto pieno di giochi di prestigio e ad un tratto mi trovai in Africa, per mesi e senza un soldo, ad esibirmi in strada, guadagnando un arresto in Tanzania perchè i miei genitori, disperati, denunciarono la mia scomparsa alla Farnesina. Dov’ero mancava perfino l’elettricità ed io dormivo su tre sacchi di farina a casa di Juma, un amico zanzibarino che si era innamorato della magia. Le memorie di quei mesi diventano subito poesia, e nella mia mente rimangono tra i ricordi più felici della mia vita.

Ripenso a notti illuminate da lanterne al benzene, e verso nord luci di poche guest house ancora troppo timide per definirsi vere e proprie strutture ricettive.

Sette colori azzurri coloravano le giornate africane di Jambiani, laddove oggi qualcosa sarà certamente cambiato. Non molto distante dalle case in banano ora esistono quegli hotel che io raggiungevo solo camminando verso Paje, un paesino a qualche chilometro di distanza.

Allora spendevo le mie giornate in compagnia dei bimbi del villaggio, tra la spiaggia e una sottile striscia di foresta che accompagnava tutta la costa, con in braccio una chitarra e in tasca qualche gioco di magia.

Per diletto e necessità la sera mi vedevo occupato in qualche guest house, laddove l’elettricità era un lusso che pochi nel popolo si potevano permettere, e i turisti bianchi qualcosa di raro ed eccezionale da incontrare. Fino a tardi quindi intrattenevo viaggiatori di varie nazionalità, spesso in situazioni bizzarre.

Ricordo con piacere splendidi momenti di aggregazione intorno ad un unico comune denominatore, la magia, la lingua con cui mi era più facile comunicare. La mia passione stava diventando quindi un lavoro, perfino in un paese in cui non è facile guadagnarsi il pane. Le prime serate le ricordo come sfide spesso vinte spesso perse, accompagnato da una forza che oggi riesco paradossalmente ad invidiarmi.

Il giorno dopo, tutto ricominciava da capo, qualcuno mi svegliava alle otto del mattino, e non era mai più alto di un metro. I bimbi arrivavano con le mani piene di ogni oggetto da far sparire, monete, sassi, fiori, rottami e spazzatura varia.

Vivevo con la gente locale e le mie performance erano richieste anche tra gli adulti, povera gente che si riuniva come chicchi di riso intorno alle mie follie magiche e la mia chitarra. Mi chiamavano “Mchawi“, che in swahili ha più o meno la valenza di “witch doctor” e che in italiano può avvicinarsi al termine “stregone”. Mi chiedevano spesso di curare figli, fratelli e genitori da alcune infezioni, e non c’è stato mai verso di convincerli che fossi solo un illusionista senza reali poteri. A raccontarlo può risultare comico, ma in realtà, credetemi, non lo era.

Sono stati momenti che mi hanno fatto crescere, e non solo come artista. Desideroso di imparare la lingua mi sono fermato qualche mese e al ritorno ho lasciato il cuore a mamma Africa con le sue semplici creature. Al resto, come vi ho anticipato, ci ha pensato la Farnesina.

Dopo mesi in terra Africana durante cui mi sono lasciato alle spalle l’adolescienza e son diventato un uomo, comincia un capitolo ben diverso. Per qualche anno vago nelle strutture turistiche come mago, musicista, animatore, giullare… prendendo calci nel culo (si può dire?) dai personaggi più idioti che gravitano attorno al mondo dei resort, tra Asia, Africa e America Latina. Tutto ciò senza pause, fino a quando a 23 anni mi imbarcai otto mesi su una nave di Costa Crociere. Passo quindi il testimone e successivamente piombo in Sud America, responsabile dell’intrattenimento di una bellissimo resort in Brasile. Sarà che qualcuno parlò bene di me, ma a 24 anni mi trovai a ricoprire un ruolo di discreta responsabilità. Ebbi quindi a che fare per la prima volta con direttori e manager e finalmente capii un concetto fondamentale, il capo lavora più degli altri. Con l’esperienza trascorsa mi trovai quindi a gestire una gran quantità di teste e personaggi sopra le righe, ballerini, cantanti, tecnici, dj e artisti esterni. Col mio team di scenografi, coreografi e tecnici, montai spettacoli di folklore e varietà e presentai serate con ciclo settimanale, salendo sul palco ogni giorno per 6 mesi, passati i quali decisi di non trattenermi oltre. Tornai quindi a Milano per mettere qualche radice, mi dedicai alla magia a tempo pieno e scoprii di avere un certo talento nella vendita di me stesso. Passano quindi anni tra feste ed eventi, ma senza abbandonare definitivamente di viaggiare, ritagliandomi periodicamente uno paio di mesi per attraversare intere fette di mondo con uno zaino e qualche gioco di prestigio. Riuscii quindi a collezionare decine di paesi portando sempre con me magia e chitarra, entrando in scuole, orfanotrofi, ospedali e frequentando le strade di paesi spesso disastrati. A questo proposito ricordo una delle esperienze più significative, nell’ospedale di guerra di Emergency a Battambang, in Cambogia, dove bambini mutilati dalle mine antiuomo ridevano per qualche mia gag o per un palloncino modellabile.

Nel 2014, nonostante ĺ’attività magica andasse a gonfie vele, vi furono alcuni segnali di svolta. Mi trasferii un paio di mesi a Dubai, dove imbroccai poche serate ma buone e intanto Maurizio Di Martino, con cui la sera chiacchieravo via chat, ebbe l’occasione di guardare un po’ di materiale dei miei spettacoli. Due anni dopo si offrì di produrre il mio one man show e da quel momento, per altri due anni mi esibii sulle navi da crociera tra Caraibi, Mediterraneo e Asia, con platee enormi, contenenti il triplo degli spettatori dei teatri a cui ero normalmente abituato. Svolsi più di 200 repliche di “Over The Illusion“, con attrezzature da favola prodotte da personaggi come Bill Smith, Tim Clothier e Chuck Jones, inserendo nello show alcuni numeri a cui sono sempre stato legato e che avevo portato precedentemente nei teatri con i Tragimaghi, compagnia che qualcuno ricorderà. Poche cose mi hanno dato tanto come le platee immense di cui vi parlo, un sogno diventato realtà, una sensazione indescrivibile che solo chi ama il palcoscenico può immaginare. La prima serata, quella del debutto di Over The Illusion, avevo dietro le quinte Martin e Jasmine, tesi quanto me e davanti, considerando due turni di spettacolo, 2500 spettatori distribuiti in una platea di tre piani. Quella sera pensai, mi abituerò mai a questa adrenalina lancinante? In effetti ci volle poco, le 200 repliche successive furono linfa vitale, ossigeno, dipendenza. Sento ancora il mio battito cardiaco prima che si aprisse il sipario, in posizione fetale, laddove il pubblico, furbescamente distratto ed illuso, non avrebbe mai immaginato che fossi, pronto per apparire dal nulla. Mentre lo racconto posso sentire le ultime comunicazioni tra i tecnici, il countdown, e l’ultima parola prima dell’inizio che suona bellica e solenne: “SHOW TIME”.

Il vagabondaggio, quello vero, rimane comunque un virus quiescente, e in attesa di altri contratti, tra un evento e un’altro, decido di perdermi nuovamente in giro per il mondo collezionando avventure e disavventure da adolescente cresciutello, alternando momenti con la mia compagna ed altri in solitudine. Ultimamente, per dirne un paio, di tre mesi passati in Sud America, due settimane le ho trascorse di ospedale a Lima, dopo una escursione a 5200 metri presa un po’ alla leggera, e circa un mese dopo, per non farmi mancare niente, mi hanno addormentato dentro un taxi in Colombia, probabilmente con una spruzzata di scopolanina, lasciandomi in un quartiere sperduto di Medellin dopo avermi ripulito di tutti i soldi. In cerca di magia, di lì a poco ho cercato e trovato Macondo, il villaggio più magico del mondo, sotto mentite spoglie col nome di Aracataca, ma questo ve lo racconterò personalmente, e solo se avete letto “100 anni di solitudine”.

Dopo più di 90 paesi visitati per lavoro o diletto, oggi ho tanti progetti, tanta voglia di viaggiare e ancora molti desideri. Amo raccontarmi perchè mi fa sentire vivo senza alcun timore di passare per borioso. La malizia in fondo, molto spesso, è nella testa di chi la avverte. Vivo le memorie come fossero energia, il Polo Nord, la Valle dei Re, il templi di Hangkor… e perfino un autogrill dopo uno spettacolo, se mette un cappello ad una giornata ben vissuta.

Ai ventenni auguro di uscire di casa quanto prima e di viaggiare, di usare internet come mezzo social e non come scudo sociale, di ispirarsi ai loro beniamini senza idealizzarli, di leggere, studiare, divertirsi e non di crearsi un immagine, un avatar o un fantoccio in cerca di consensi su facebook.

Cercatevi ovunque, cercate voi stessi e non aspettate treni, perchè a vent’anni i treni si prendono in corsa.

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