DUE CHIACCHIERE CON BASILIO TABACCHI

DUE CHIACCHIERE CON BASILIO TABACCHI

Un grande personaggio, Basilio Tabacchi, ci racconta di sè. Ringrazio Basilio per avermi concesso il suo tempo, e non solo in questa occasione.

Quanto segue è una vera chicca per ogni prestigiatore, dal professionista all’appassionato d’arte magica.

 

L:  Solo chi ha visto uno spettacolo su una moderna nave da crociera può testimoniare quanto questi teatri di bordo siano meravigliosi, mastodontici gioielli di estetica e strutture tecnologicamente all’avanguardia che arrivano a contenere anche 2000 spettatori. In poche parole si parla di strutture che nulla hanno da invidiare ad alcuni teatri di Las Vegas. Per un prestigiatore può voler dire coronare il sogno di un lavoro molto ben pagato e molto appagante in giro per il mondo. Cos’ha voluto dire per te e per la tua carriera potersi esibire in questi templi dello spettacolo?

B: Quando decidiamo di intraprendere la carriera artistica e auspichiamo di farlo diventare un lavoro a tempo pieno, ci sono passi quasi obbligati che devono essere necessariamente fatti. Quella che in gergo si chiama gavetta.Dove ci porterà questa strada nessuno lo può dire, ma la sua consacrazione massima èper me il teatro. La televisione regala la popolarità, ci permette di essere visti da milioni di persone in un istante, ma manca del contatto vero con il pubblico. Gli studi televisivi, salvo rari programmi ad hoc, sono affollati di figuranti che vengono abilmente diretti a reagire con applausi e finte risate. Tutto è pensato per il fruitore finale: il telespettatore. Spettatore che spesso osserva disattento quanto accade, perché il focolare domestico è sempre pieno di istrazioni: dal bambino che piange, al telefono che squilla, alla moglie che chiama perché la cena è in tavola. Il teatro no, ha la sua ritualità. Il pubblico si prepara all’evento a cui sta per assistere, c’è un’aspettativa. Le luci di sala si spengono, i riflettori si accendono e li ci sei tu. L’attenzione è tutta per te, non ci sono rumori di fondo, camerieri che passano o nuvole minacciose che possano interrompere con un piovasco improvviso la tua esibizione. Il pubblico è li solo per te.

Una delle prime cose che appresi quando da giovane frequentavo l’accademia Veneta dello spettacolo al teatro Verdi di Padova, è che un attore recita anche nelle pause. Detto in altri termini, l’attore sa riempire di tensione e di significati anche i silenzi che intercorrono tra le parole o i periodi, ma per dare la giusta tensione e creare il pathos c’è bisogno di silenzio e attenzione. Ed il teatro è la casa naturale di questo e molto altro. Potete quindi immaginare con quale soddisfazione accolsi la possibilità di fare il lavoro che amavo come professionista nei teatri delle grandi navi da crociera. La prima volta che li vedi quasi ti mettono soggezione. Bellissimi. Dal palco osservi le poltroncine della platea e dei piani rialzati e ti chiedi se sarai all’altezza di soddisfare le aspettative degli astanti quando fra qualche ora sarà il tuo turno. Poi guardi in alto e sopra di te noti allestimenti di luci, faretti, laser e ogni ben di Dio che, prima d’ora, avevo visto solo nei concerti delle grandi Rock Star. Il palco è una struttura dotata di piani semoventi che girano si alzano o si abbassano, dandoti la possibilità di apparire alla vista trasportato dal basso, piuttosto che diventare gradini di una scala da cui scendere o ancora ruotare su se stessi. Meraviglie tecnologiche. Ed ancora schermi giganti ai lati o sopra il palco da poter esaltare anche i piccoli dettagli con una definizione da brividi. Quinte, sipari, assistenti di scena. Improvvisamente hai tutto quel che serve per fare il tuo lavoro con tutto ciò che la moderna tecnologia mette a disposizione. Non ci sono scuse. Hai il tuo camerino con un monitor sempre acceso che ti mostra la platea. Un altoparlante dal quale ti avvertono quando mancano 10, poi 5 minuti allo show. Il rischio di avere un teatro semi vuoto è praticamente inesistente. Le navi sono sempre piene e lo spettacolo a bordo è il momento clou della serata. Arrivare a questo primo appuntamento perfettamente preparati è difficile, ma la gavetta serve a farti fare tutta una serie di gradini ed errori di cui fare tesoro quando arriverà il tuo momento e avere una maturità artistica che ti consenta di ben figurare. E’ un po’ come imparare a guidare e per anni utilizzare ultilitarie, poi un bel giorno avere a disposizione una Ferrari tutta tua. Bisogna aver imparato a guidare bene, altrimenti c’è il rischio di schiantarsi alla prima curva per l’alta velocità. Ecco per me è stato un po’ così. Salire a bordo di un’auto ad alte prestazioni, impararla a guidare bene e tentare di usare a pieno tutte le sue funzionalità. Sei libero di far lavorare la fantasia. Non ci sono problemi di ingombri, visuali o effetti che non si possano fare. Dal più piccolo, al più mastodontico. E ancor oggi dopo vent’anni di questi palcoscenici non mi stanco di dire grazie alla vita per avermi “regalato” questa opportunità.

L:  Basilio Tabacchi, commedian magician per un pubblico sempre internazionale. Parlaci ella gestione delle lingue, che certamente influirà sui tempi e sulla comicità, problema che un collega con uno spettacolo di grandi illusioni spesso non ha.Quanto è difficile per un prestigiatore dover presentare il proprio spettacolo in due, tre e a volte quattro lingue il proprio show, e solleticare la risata di tutte le nazionalità?

B: E’ un problema complesso per il quale servirebbe ben più di qualche riga per non correre il rischio di essere banali, ma proverò lo stesso a dare una risposta. La prima difficoltà che si incontra è che culture diverse ridono per ragioni diverse (pensiamo ad esempio allo humour inglese). Pur tuttavia esistono dei punti di unione che aggregano tutte le culture. La classica scivolata sulla buccia di banana per fare un esempio, genera la risata a prescindere dal popolo di provenienza. Il primo lavoro è stato cercare di capire quali fossero, tra le cose che potevo proporre, quelle che avessero questa caratteristica e scremarle da quelle che fossero un cliché tipico di una nazione e basta. A questo ho aggiunto gli stereotipi tipici di ogni cultura: la precisione della meccanica tedesca ad esempio. Se ti si rompe una forbice fra le mani e osservandola ti accorgi che c’è scritto “made in Germany”, la cosa desta una certa ilarità e nel contesto multi etnico nel quale lavoro aiuta a creare un certo “cameratismo nazionale” che gioca a mio favore. Nel corso dello show prendo simpaticamente in giro tutti. I francesi per il loro sciovinismo, i messicani per la loro lentezza, gli italiani perché gesticolano e via dicendo. Esiste una comicità di battuta e una comicità di situazione. La prima vive su una presunta spontaneità del momento. Pur essendo stata pianificata e studiata, il pubblico ha l’impressione che nasca in quel momento e su questo basa parte della sua forza. Lavorando io in 4 e talvolta 5 lingue contemporaneamente (inglese, italiano, spagnolo, francese e tedesco) non è pensabile ripetere la stessa battuta nei vari idiomi. Al di la della monotonia della ripetizione, perderebbe il suo ingrediente principale: la presunta spontaneità. Per ovviare a questo, nel corso dello spettacolo, intercalo battute in lingue diverse a una comicità di situazione che, nascendo invece dal contesto (es. bruciare involontariamente la busta con la banconota dello spettatore), è colta dal pubblico nella sua interezza. A ciò si deve aggiungere la parte descrittiva di un effetto. Quegli elementi che devono necessariamente essere spiegati affinché l’effetto abbia la sua forza. Ascanio diceva che l’effetto magico è il risultato della differenza tra la condizione iniziale e la condizione finale. Se trasformo una banana in un pomodoro, deve essere chiara la premessa (ho una banana) affinché la condizione finale (il pomodoro) sia un prodigio. Alcune premesse vanno quindi tradotte e spiegate in tutte le lingue. Per ovviare alla inevitabile noia della ripetizione ho adottato delle strategie che mi consentono di mantenere attiva l’attenzione. Una busta si trova nel punto B del palcoscenico e mentre mi sposto dal punto A nel quale mi trovo, per andarla a prendere spiego di cosa si tratta. Il tragitto e il tempo di andata e ritorno mi consente di esprimere il concetto nelle varie lingue. Se a questo aggiungo “un’attitudine” interessante o comica, l’attenzione è garantita. In fine il tempo, l’esperienza e la sopravvivenza, mi hanno portato ad acquisire una certa capacità di sintesi, ovvero spiegare il maggior numero di cose nel minor numero di parole senza perdere di efficacia espositiva.

L:  Che differenze hai trovato tra il pubblico americano e il pubblico europeo?

B: L’americano quando guarda uno spettacolo ricorda molto un bambino cresciuto. E’ ben disposto ed entusiasta da subito. Se dovessimo misurare l’entusiasmo con un punteggio da 1 a 10, mi spingerei a dire che è già ad un livello 7 ancor prima che lo spettacolo inizi. L’artista si sente immediatamente a proprio agio, perché avverte di non avere difronte un pubblico ostile ed è messo nelle condizioni di dare il meglio di se. Ridono di gusto, commentano e si stupiscono in modo molto espansivo. Alla fine dello show ci tengono a manifestare il loro apprezzamento con complimenti all’artista. Per contro se disattendiamo le aspettative, con altrettanto disappunto si contrariano e manifestano il loro disagio verbalmente o lasciando il teatro. E’ comunque in assoluto il mio pubblico preferito. Il pubblico Europeo è più pacato. Ha un livello di entusiasmo iniziale direi di 4, l’atteggiamento è un po’ diffidente all’inizio e poi a mano a mano, rotto il ghiaccio, rispondono con piacere ed infine se li hai conquistati ti dimostrano tutto il loro apprezzamento e l’eco della tua esibizione rimane molto più a lungo che nel pubblico d’oltre Oceano. Naturalmente nella stessa Europa esistono differenze profonde tra Sud e Nord. Noi latini siamo notoriamente più espansivi e chiassosi, rispetto ai paesi nordici.Il mio stile riflette volutamente il cliché dell’italiano come percepito all’estero. Esagero volutamente la gestualità e sono sempre un po’ sopra le righe e questo riscuote da subito una certa simpatia che facilita il mio approccio.

L: Oggi in Africa, domani in Asia o in Sud America. Viaggiare arricchisce perchè?

B: Già la nave di per se ti fa vivere a contatto con popoli d’ogni dove. L’equipaggio di bordo appartiene di media a 50 nazionalità diverse e lo scambio interculturale è enorme. In vent’anni di lavoro sulle navi da crociera non ho mai assistito personalmente a un litigio fisico fra membri dell’equipaggio. Questa è la dimostrazione più lampante che vivere insieme in pace è un sogno possibile non un’utopia. In questi anni ho avuto la fortuna di fare il giro del mondo 2 volte e questo mi ha aperto gli occhi e la mente. Ho visto gente vivere di poco o niente su atolli sperduti nel pacifico e li ho visti sereni. Ho incontrato persone che vivevano di stenti che non avevano problemi a dividere con gli altri quel poco che avevano. Ho visto la ricchezza più sfrenata e gente fare sfoggio di potere e denaro, aridi e infelici, occuparsi dell’apparire. Ho visto la foresta amazzonica con gli indigeni che conoscevano i segreti medicinali di ogni pianta. Ho visto quello che le civiltà passate hanno lasciato a testimonianza del loro passaggio con templi, città e monumenti da toglierti letteralmente il fiato. Ho capito che la natura è meravigliosa e va rispettata. Ho capito che quella che chiamo casa, non è Pieve di Cadore, dove vivo, ma questo pianeta straordinario che chiamiamo terra. Ho capito che la vita è troppo breve per perdere di vista la sua essenza che per me oggi è fatta di amore, di curiosità e di altruismo. Ho capito che in me è stato impiantato un seme, che con vuoi condivido, dal qual è nata la pianta della magia e che questa meravigliosa arte mi ha dato la possibilità di scoprire e condividere cose che non avrei nemmeno immaginato. Ecco, credo che viaggiare mi abbia reso un uomo migliore, più altruista e generoso.

L:  Lasceresti le navi solo per?

B: Le mie giornate, tutte, sono sempre vissute con la mia seconda compagna “la magia”. Dedico a quest’arte molto del mio tempo e non riesco a pensarmi senza. Le navi sono lo strumento che consentono di esibirmi in un contesto internazionale e altamente professionale. Per lasciarle dovrei trovare un ingaggio con le medesime caratteristiche o un nuovo progetto come una regia o una consulenza stimolante e impegnativa. Quando ho iniziato questo mestiere, non ho mai pensato di volermi arricchire di magia. Volevo farlo perché mi piaceva, mi cresceva e mi faceva sentire speciale. Le soddisfazioni economiche sono arrivate in seguito. Ancora oggi, se un contesto mi stimola, e mi da modo di crescere professionalmente mi attrae molto più di un mero discorso economico e basta. Sono abituato a vivere con una valigia in mano, volando da un aeroporto all’altro, da un capo all’altro del globo per raggiungere le navi. Ho contato che al momento che sto scrivendo (ottobre), prima della fine dell’anno prenderò ancora 47 aerei. Mi piace così. Mi fa sentire bene muovermi nel mondo. E non riesco a stare fermo in un posto troppo a lungo.Ho ancora qualche sogno nel cassetto e chissà che un giorno non abbia l’opportunità di parlarvene su queste pagine.

L: Se potessi ringraziare qualcuno o qualcosa, una persona o un evento che nella tua vita ha significato l’inizio di una meravigliosa carriera, a chi o cosa saresti grato?

B: Dicono che la fortuna aiuta gli audaci e credo che in fondo sia un po’ così. Ho avuto il coraggio di aprire un cassetto, tirare fuori un sogno e crederci. La costanza premia e il fato sul mio percorso mi ha fatto incontrare persone straordinarie alle quali devo molto. Tra tutti non posso esimermi dal ricordare Giuseppe Bressan, uno dei membri fondatori del CMI, che aveva una scuola per “mini maghi” come lui la chiamava. Un uomo straordinario.Abitava ad Ancona, io vivevo a Belluno e quindi non avevo modo di frequentarla. Un giorno gli scrissi una lettera accorata, raccontandogli il mio grande desiderio di imparare la magia. Mi rispose nel giro di pochi giorni dicendomi che mi avrebbe aiutato a fare un pezzettino del mio percorso. Da quel giorno ricevetti una lettera a settimana per anni dove con pazienza e dovizia mi iniziava a questa meravigliosa arte. Lettere che conservo ancora tutte gelosamente. Ricordo ancora con quanta poesia e passione mi insegnava l’importanza della presentazione di un effetto e ogni lettera terminava con un gioco e una presentazione arricchita di meravigliosi dettagli da imparare. Durante le vacanze estive poi mi ospitava a casa sua e avevo modo di approfondire e confrontarmi con altri maghi che a quel tempo frequentavano la stessa scuola. Grazie Giuseppe per il grande contributo che hai dato alla magia italiana e ai grandi insegnamenti che mi hai lasciato. Ogni tanto per mare osservo il firmamento e so che li, da qualche parte c’è una stella che brilla di una luce speciale.

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